ALIMENTAZIONE E BENESSERE: UNA SCELTA POSSIBILE
Da cosa dipendono le nostre scelte alimentari? Le abitudini, le conoscenze, i valori che guidano la nostra alimentazione, possono essere considerati efficaci?
Blog - Martedì 21 febbraio 2012

Apparentemente, ciò che decidiamo di mangiare sembra essere il frutto di una scelta arbitraria, ma sapere fino a che punto questo accade può rappresentare una valida fonte di benessere, in quanto un'alimentazione corretta influisce sia sulla salute fisica che psichica.L’alimentazione dell’essere umano è determinata da  vari fattori che possono essere indagati nell’ambito culturale, economico, psicologico, sociale ed emotivo – simbolico in cui si vive. Mangiare è quindi una necessità biologica indispensabile per il sostentamento dell’organismo, ma le scelte e le abitudini alimentari che si fanno sono il prodotto dell’interazione tra l’ambiente (sia socio – culturale che familiare) in cui uno vive e l’individuo stesso, quest’ultimo inteso come insieme integrato di esperienze, valori, credenze ed emozioni.

Purtroppo nella nostra società sono ancora diffusi dei comportamenti alimentari che non producono benessere: ad  esempio, è stato ampiamente dimostrato come le diete fortemente ipocaloriche riducano il metabolismo basale, con la conseguenza che non appena le si abbandona, le calorie diventano eccessive rispetto ai fabbisogni, con l’inevitabile effetto che il peso sale, creando quel fenomeno noto come sindrome dello yo – yo (Katz, 2010). Inoltre, nella nostra società sono ancora diffuse delle credenze alimentari errate (ad es: “i carboidrati fanno ingrassare”) che ostacolano l’ottenimento di un’alimentazione sana ed equilibrata. Infine, spesso, viene trascurata anche l’importanza dell’attività fisica che, oltre ad essere una naturale fonte di benessere, impedisce al corpo sottoposto ad un regime ipocalorico di diminuire la massa magra e di conseguenza il suo metabolismo basale.
Al  fine di evitare l’accumulo di tutte queste idee o comportamenti “disfunzionali”sarebbe bene evitare il più possibile la “dieta fai da te” e il consiglio è quello di rivolgersi ad un esperto serio di questo settore, in grado di elaborare un piano nutrizionale personalizzato.

Il cibo inoltre, è spesso investito di aspetti psicologici e relazionali, in grado di influenzarne la sua assunzione. Vi è mai capitato di mangiare nervosamente? La cosiddetta “fame nervosa? Tale comportamento è molto diffuso ed è causato dalla tendenza a confondere il cibo con i sentimenti, diventando un mezzo per esprimere un conflitto interiore, di un bisogno affettivo, di una difficoltà relazionale e per sopperire allo stress quotidiano.  Questo comportamento rappresenta un modalità non efficace  di ottenere quello che veramente desideriamo.
Inoltre, la letteratura suggerisce come la preoccupazione eccessiva per il peso e le forme corporee sia spesso indice di uno scarso concetto di sé, inteso come somma di deficit di autostima e di autoconsapovolezza (Dalle Grave, 2006). Queste caratteristiche  possono contribuire all’insorgere di  un disturbo dell’alimentazione, poiché questa forte preoccupazione può indurre ad assumere comportamenti dannosi per la nostra salute, pur di mantenere a tutti i costi il peso desiderato. Ci si trova, quasi senza accorgersene, in un circolo vizioso da cui è difficile uscire da soli, senza l’aiuto di un centro specializzato per la cura di questi disturbi.

Se ci fermiamo a riflettere, vediamo quanti (e quelli presentati ne rappresentano solo una piccola parte) sono i fattori che possono influenzare la nostra alimentazione, la loro conoscenza può migliorare il nostro modo di nutrirci e di rapportarci con il nostro corpo, incrementando il nostro livello di benessere percepito.


Bibliografia

·    “Alle mie pazienti dico….Informazione e auto-aiuto per superare i disturbi dell’alimentazione” di R. Dalle Grave (Positive Press, 2006)
·    “No dieta. Ritrovare un equilibrio tra benessere e piacere di mangiare” di M.Katz (Sironi Editore, 2010)
·    www.inran.it : “Linee guida per una sana alimentazione italiana”

Dott.ssa Manuela Campo Dall’Orto
- Psicologa -


L' AUTOSTIMA: QUANTO MI VOGLIO BENE?
Cosa vedo davanti allo specchio?
Blog - Domenica 22 gennaio 2012

Tutti noi abbiamo un’idea di cos’è l’autostima, anche se non ci siamo mai chiesti che livello è la nostra autostima e come mai pensiamo determinate cose di noi stessi. La parola autostima deriva dal greco antico autòs (se stesso) – tumè (sentire, provare) cioè una serie di sentimenti, emozioni, pensieri che una persona ha di sé, in altre parole l’immagine. Per esempio si può capire l’immagine che una persona ha di sé già dalla descrizione che può fare di se stesso, sulle proprie capacità, carattere, aspetto fisico, qualità o difetti e da qui vedere come uno si pensa.

Ma la “qualità” dell’immagine che abbiamo di noi non è per tutti la stessa, per alcuni è più positiva di altri e questo dipende dal fatto che questa serie di pensieri e sentimenti sono la risultante di più fattori che hanno un origine ben più antica della nostra età adulta. Si può affermare che fin da piccoli questa immagine inizia a formarsi dentro di noi.

Da piccoli interiorizziamo ciò che l’ambiente in cui viviamo ci comunica su noi stessi, le opinioni che gli adulti hanno nei nostri confronti e può accadere che cominciamo a considerarle realtà oggettive. Il risultato di questa interiorizzazione è che, anche quando tali figure non sono più fisicamente presenti, è come se continuassimo a sentire le loro voci, le loro critiche, i loro commenti dentro di noi. Il problema nasce nel caso in cui questa sorta di “dialogo interno” sia denigratorio, esageratamente esigente e giudicante: questo ci provoca sensazioni spiacevoli, ci fa sentire inadeguati e ci porta a giudizi negativi su noi stessi. Questo avviene soprattutto se abbiamo interiorizzato, o comunque ci siamo creati nel tempo, degli “standard” troppo elevati, delle idee poco realistiche su come vorremmo essere, che influiranno, ad esempio, sugli obiettivi che andremo a porci, rischiando un pericoloso circolo vizioso. Quindi, se gli standard sono molto alti, irraggiungibili, è facile che l’esperienza sarà quella di frequenti fallimenti e rari successi: ciò può essere tra le cause di una autostima bassa.

Il concetto che  noi abbiamo riguardo alla nostra autostima condiziona anche il modo di vedere la realtà che ci circonda, come avessimo una lente che ci fa vedere e interpretare gli eventi in un certo modo. Questo modo di pensare si chiama attribuzione causale cioè a chi e/o a che cosa attribuiamo il merito o la causa degli eventi che ci riguardano. Ad esempio, se si deve affrontare una prova, un esame, un colloquio di lavoro e non lo si passa o il risultato non è buono, la persona con una bassa autostima dirà che è colpa propria, che non vale niente, penserà di non essere all’altezza e tenderà all’autosvalutazione. 

Ma come fare per migliorare la nostra autostima? Innanzitutto partirei dalla conoscenza di sé: è opportuno che ognuno di noi conosca i propri difetti, limiti e punti deboli, ma allo stesso tempo sia consapevole delle proprie qualità, risorse, capacità punti di forza. Ognuno di noi ne ha, diverse e che si manifestano in modo diverso, ma non sempre ne siamo davvero consapevoli o non sappiamo come farle fruttare, venir fuori e potenziare. Ognuno di noi è diverso e a volte il paragone continuo con qualcun altro non serve e non è l’unico parametro per valutare i nostri risultati.

Oltre alla conoscenza di se stessi, poi occorre calibrare e ponderare bene quali sono i nostri ideali, l’idea cioè cui tendiamo che non deve  corrispondere a quella di qualcun altro, come ad esempio i genitori, ma valutare realmente quello che vogliamo e se abbiamo le capacità di ottenerlo. E’ importante che la nostra autostima non si nutra solo dell’approvazione altrui, anche perché così quando quest’ultima verrà meno nel momento in cui si incorrerà in un fallimento, l’idea positiva che abbiamo di noi verrà subito demolita; poiché nessuno di noi è immune da sbagli, errori e tentativi di cambiamento. D’altro canto, però, ritengo che sia importante, soprattutto per le persone che hanno una bassa autostima, avere vicino una persona, che può essere il partner, un amico, un genitore, il terapeuta, che svolga la funzione cosiddetta di specchio. Cosa fa lo specchio? Riflette la realtà tale e quale è, niente di più niente di meno. Cosa consiste fare da specchio? Intendo far vedere alla persona cara gli eventi nella loro realtà oggettiva, razionale, prendendo i meriti e gli errori del caso, riflettendoci su, per poter migliorare, se opportuno, e magari prendendo gli errori, quando possibile, con un po' di leggerezza.

 

Caterina Sambo

 Psicologa Psicoterapeuta